Quando si comincia a scrivere un racconto, si dovrebbe sempre avere a portata di mano una buona citazione. O, in alternativa, un inizio accattivante. Si dice che tutto il rapporto tra il lettore e il libro si delinei nelle prime venti righe. Si dicono un sacco di sciocchezze. Ma ci si può provare. A luglio del 2008 mi trasferii dal monolocale che occupavo in Torborg Nedreaas Gate a una nuova casa in Gimleveien. Bergen, Norvegia. Una città sull'Atlantico, la più piovosa d'Europa, con una media di 235 giorni di precipitazioni e oltre 2'000 millimetri di acqua l'anno. I miei nuovi padroni di casa mi avevano preso perché parlavo norvegese e avevo offerto 500 corone più degli altri, circa 60 euro. Avevo battuto la concorrenza di due muratori polacchi, padre e figlio. Era più affidabile un italiano con il passaporto norvegese, un lavoro stabile e la promessa di più soldi di quello che si erano aspettati. Il nuovo appartamento era al piano terra di una casa di quattro piani in cui viveva la famiglia al gran completo: padre, madre e tre figli. Le figlie facevano l'università, il ragazzo, Jonas, era un quindicenne efebico dai capelli biondi quasi al punto di essere bianchi. Quando lo vidi la prima volta aveva grandi occhi sorridenti e mangiava una torta ai mirtilli, o qualcosa del genere. A loro piacevano le torte; me ne lasciavano i resti, dopo che erano passati gli amici di famiglia le domeniche pomeriggio. Ero un po' il cane di casa. Un po' il cane di casa. Ero arrivato a Bergen quasi un anno prima, dopo avere lasciato un gran casino in Italia. Ero stato coinvolto in un affare poco chiaro all'Universtà, e dopo una controversa laurea mi era stato fatto capire che avrei reso un favore a tutti andandomene il più lontano possibile. I miei professori si impegnarono grandemente con lettere di raccomandazione pur di levarmi di torno. Per quel che mi riguardava, potevano mandarmi dove volevano. Non mi importava più. Non mi importava più nulla. Bergen si rivelò presto una città adatta al mio umore nero. Nelle prime due settimane che passai a Bergen presi tanta acqua quanta avrei potuto prenderne in Italia in un anno. Ogni sera tornavo da lavoro alla camera che mi avevano tenuto da parte in foresteria, e la passavo asciugando le mie scarpe da ginnastica col fon, mentre aspettavo il primo stipendio per potermi comprare degli stivali da pioggia, lentamente prosciugando il mio conto corrente italiano degli ultimi spiccioli rimasti per poter mettere qualcosa sotto i denti a cena. Con lo stipendio vennero scarponi da montagna in gore-tex, pantaloni impermeabili e un appartamento in affitto, un monolocale di 25 metri quadrati con il letto su un soppalco e un frigorifero scassato che non mi faceva dormire. La finestra scorrevole non si apriva per più di 20 centimetri, era smerigliata perché ero al piano terra e dall'altra parte della strada godevo della vista dei container del deposito merci del porto. Abitavo a 100 metri dal mare, ma con tutti quei container non riuscivo mai a vederlo. Non ero mai stato meteoropatico, né avevo alcun motivo per diventarlo. E non è corretto dire che il tempo atmosferico fosse monotono, né che riflettesse il mio umore. Un grigiore continuo, rotto da una occasionale pioggia, sarebbe stato molto più indicato di quell'incessante cascata di acqua. Poteva piovere per giorni di fila, con brevi interruzioni durante le quali, peraltro, non si vedeva mai il sole. L'inverno portava con sé giornate brevissime, a dicembre e gennaio non c'era mai luce prima delle nove e mezza del mattino, e la pioggia occasionalmente si mutava in neve, trasformando le strade in immense lastre di ghiaccio punteggiate da pozze spesso coperte da sottili strati di neve ingannatrice. Così, mentre perfino i norvegesi più anziani e all'apparenza scassati si muovevano agilmente su quella superficie insidiosa, io mi facevo venire lividi per i continui scivoloni sul ghiaccio, e quando andavo al lavoro non mancavo di portarmi delle calze di ricambio per colpa delle pozzanghere. Ad aprile smise di piovere in quella maniera folle, e Bergen sembrò un'altra città durante quella che fu la sua estate più calda e soleggiata dal 1950. La mia vita sociale era decisamente rada. Avevo fatto in modo di non socializzare davvero con nessuno. O meglio, non avevo dovuto fare alcuno sforzo. Ogni contatto umano prolungato mi risultava insopportabile; il mio sentimento dominante era la stanchezza, e nonostante ciò non riuscivo mai a dormire un numero sufficiente di ore. Passavo le mie notti ad ascoltare musica e leggere libri gialli, o vecchi romanzi di Michael Moorcock; e sebbene occasionalmente uscissi coi miei colleghi, e riuscissi senza troppo impegno a risultare sufficientemente cordiale, mantenevo uno stretto riserbo sulla mia persona, limitando la gamma dei miei argomenti di conversazione alla musica, alla politica italiana e alla Champions League. Forse fu l'estate straordinariamente asciutta a condizionarmi: un'estate da venticinque gradi che debilitava lo spirito vitale dei norvegesi ma che a un mediterraneo come me non faceva che risvegliare l'appetito e finanche una qualche parvenza di vitalità; fatto sta che decisi di cercare un nuovo appartamento, più spazioso. Per farci cosa, non saprei; credo per il semplice fatto che pagassi troppo per quel buco, per quanto avesse le sue piacevolezze. Fu così che mi ritrovai a traslocare; mi svegliavo la mattina nel vecchio appartamento, andavo a piedi al lavoro portando uno zaino pieno di cose, e tornavo la sera con lo zaino svuotato. Dopo aver ridato le chiavi al padrone di casa, entrai nel nuovo appartamento con un sacco a pelo e lo spazzolino, e vissi così per due settimane, mangiando cibo scadente comprato in tavola calda o al take-away del vietnamita: essendo impegnato a tempo pieno in un importante lavoro che dovevo presentare all'estero, non riuscivo a trovare alcuna energia residua per sistemare la casa, nemmeno per lavare e infilare nel letto lenzuola e cuscino. Quando tornai dal Canada, ebbi finalmente il tempo di constatare quanto fossero piacevoli quei quaranta metri quadri in cui mi ero trasferito. A un tiro di schioppo dallo stadio di calcio, in un quartiere residenziale bello come possono esserlo solo le città norvegesi, con tante villette monofamiliari colorate che si stagliavano nette nell'aria grigia e carica di umidità, circondate da giardini i cui alberi già a settembre davano forti segni di calvizie. L'appartamento era un bel monolocale, con una bellissima, ampia cucina e un piccolo bagno; era situato al piano terra, a fianco del garage e della dispensa; la famiglia che lo affittava viveva ai piani superiori. Jonas, il figlio più piccolo, aveva quindici o sedici anni; non lo sapevo per certo e nemmeno mi interessava. La madre, una cinquantenne chiacchierona che veniva da vicino Oslo, mi aveva presentato i tre figli il giorno che ero entrato, a fine luglio, e poi non li avevo più rivisti per mesi. I miei orari sballati sicuramente non favorivano i nostri incontri: il tempo flessibile in Dipartimento mi consentiva di alzarmi verso le dieci del mattino, e alla sera non ero mai a casa prima delle nove; e i norvegesi di solito fanno orario continuo e staccano alle quattro del pomeriggio. Sapevo che una delle figlie studiava a Bergen, ma dell'altra ignoravo tutto se non il nome; ancora oggi non so cosa facesse, e neppure se vivesse ancora in casa o in un'altra città, e fosse lì solo durante le vacanze. Oltre al mio modus vivendi discutibile, si aggiunse in autunno una nuova cascata di pioggia, se possibile ancora peggiore di quella dell'anno precedente. Alla sera sedevo al mio laptop davanti alla finestra, e nella notte e nella pioggia ogni tanto, specie nei fine settimana, scorgevo una sagoma passarmi davanti rapidamente; ma non avrei saputo dire se fosse Jonas o una delle sorelle; e loro non parevano avere alcun interesse per il loro affittuario italiano, né io feci nulla per incoraggiarlo. Fu così con una certa sorpresa che un giorno mi ritrovai Jonas seduto sul davanzale della finestra. L'avevo lasciata aperta per cambiare aria mentre mi facevo la doccia al suono di un vecchio disco degli Who, e quando tornai indietro in asciugamano e ciabatte, lo vidi lì che mi sorrideva con gli occhi di un colore verde-azzurro opaco. “Non dovresti tenere la finestra aperta, potrebbe entrare qualcuno.” Non sapendo come replicare, non feci nemmeno lo sforzo di pensare a qualcosa e mi limitai a ricambiare stentatamente il sorriso. “Parli norvegese?” “Un po', ma nun te aspettare troppo da me”, risposi con il mio norvegese sgrammaticato ma relativamente efficace. Per mia fortuna, al contrario della maggior parte dei cittadini di Bergen, che hanno la erre moscia, aveva una erre normale, ereditata dalla madre di Oslo. Quando ero arrivato avevo impiegato parecchio tempo ad abituarmi al suono di quel dialetto; e facevo ancora fatica a star dietro agli autoctoni nella conversazione. Qualche tempo dopo, fu Jonas a portarmi i resti di una torta semifredda allo yogurt che non sapeva di niente e che mi lasciò il dubbio che l'avesse comprata già fatta. Di solito era la madre a scendere da me: i figli non erano mai venuti prima. Jonas mi chiese di poter entrare e vedere come avevo sistemato la stanza, e io acconsentii senza troppo entusiasmo. Il monolocale era un po' incasinato, con cd e libri buttati sul tavolo, i vestiti dell'ultima lavatrice che si erano asciugati da tre giorni ed erano ancora appesi allo stendino, e i piatti della cena da lavare. “Contento?”, feci, mascherando a fatica il risentimento per l'invasione dei miei spazi privati. Jonas sembrava avere afferrato in pieno il mio stato d'animo, e se ne andò mormorando un qualche ringraziamento che non riuscii a capire bene. Jonas continuò a farsi vedere durante l'autunno. I pochi minuti che gli consentivo di passare con me, chiedendomi se mi piacessero le torte della madre o facendo stupide domande sull'Italia, fecero sì che fosse la persona con la quale avessi stretto il rapporto umano più reale, il che la dice lunga sui miei progressi sociali. Il fatto è che io a Bergen non ci ero venuto per vivere, ci ero venuto solo per tirare avanti. Avevo 28 anni, ed ero già morto dentro: la mia anima era del tutto rinsecchita. Un giorno che ero sotto la doccia, sentii un rumore provenire dall'appartamento. Esclamai: “Chi è? Che succede?”, e dopo pochi istanti vidi, da dietro la tenda della doccia, una sagoma nei pressi della porta del bagno. “Ciao, Iuliou... Scusami, sono io.” Era Jonas, come tutti i norvegesi del tutto incapace di pronunciare correttamente il mio nome. Non che avesse alcuna importanza, visto il modo in cui violentavo la loro lingua quotidianamente. “Jonas, nun vedi che sto facendo la doccia? Che sei venu a fare?” “Scusami, ho visto la finestra aperta ma non avevo sentito l'acqua.” “Ma come nun hai sentito l'acqua?”, risi. “Sei sordo?” Quell'incidente imbarazzò notevolmente il ragazzo, che non si fece vedere per un pezzo. Alcune settimane dopo, una notte di novembre in cui pioveva in maniera ancor più impressionante del solito, avevo aperto le finestre per cambiare aria dopo una cena particolarmente tarda, saranno state le due del mattino, e vidi Jonas comparire al di là della finestra. Aveva un impermeabile blu e aveva poggiato la sua bicicletta sul muro della casa, tant'è che ne vedevo spuntare solo il manubrio. Lo vidi lì solo dopo aver alzato la testa da un articolo che stavo scrivendo; non saprei dire da quanto tempo fosse lì, e non glielo chiesi. Mi appoggiai allo schienale della sedia, lo guardai con aria interrogativa, e gli feci: “Vuoi stare lì a bagnarte, o vuoi entrare qui? Cristo, ragazzo, nun te capisco proprio.” Lui sorrise, con i capelli biondissimi lunghi fino alle spalle e la pelle bianca e un cenno di rossore sul viso, dovuto probabilmente al freddo. Entrò dalla finestra e si tolse i pantaloni impermeabili e la giacca da pioggia, e li appoggiò sul davanzale, rimanendo poi lì impalato, in piedi, a gocciolare appena dalla fronte un poco bagnata. “Io credo di essermi innamorato di te”, disse. “Sì, me lo ero immaginato.” “Te lo eri immaginato?”, ripeté. “Ma perché non mi hai detto niente?”, disse, sospeso fra la paura di ripugnarmi e la speranza di essere ricambiato. Come se uno sconosciuto di quasi trent'anni potesse lasciarsi trasportare in voli pindarici dai sentimenti di un ragazzino. “Perché io ho quasi la doppia della tua età, e perché potrei finire in galera.” Non era la risposta che si immaginava, e non riusciva a capire se in quelle parole ci fosse un rifiuto garbato oppure un'implicita ammissione di interesse. “Ma non lo deve sapere nessuno”, disse lui, serio ed evidentemente incoraggiato dalle mie parole. Guardandomi in faccia, però, rimase incerto sul da farsi: la mia espressione era più apatica che mai; ma il mio limbo norvegese era solo il preludio alla mia fine, questo lo sapevo bene, e sapevo che non sarei stato in grado di resistere neanche se l'avessi voluto – e in quei giorni non ero comunque in grado di volere niente. L'unica mia speranza di salvezza era che se ne andasse, ma io non feci nulla per mandarlo via, continuando a fissarlo con occhi assenti. Lui, evidentemente inesperto e accecato dalla sua infatuazione, mi si avvicinò e interpretò la mia apatia come un invito. Poi sentii i suoi capelli che mi bagnavano il volto e le sue labbra acerbe che mi baciavano.
Alla fine è rimasta lì. L'ho guardata con fastidio e rassegnazione, l'ho anche tenuta in mano, ma poi le mani mi tremavano e non ho avuto il coraggio di farlo. Il cuore mi batteva all'impazzata e il sudore freddo colava sulla mia schiena. Mi ero anche tolto la maglietta, e il mio stomaco si contorceva in preda alle convulsioni... Sentii quasi un conato di vomito, e urlando "No!" uscii dalla stanza gettando la siringa a terra. Corsi in cerca di un martello, l'afferrai e piombai nella stanza, colpendo la siringa con tanta forza che il pavimento si è scheggiato; poi colpii ancora ed ancora, finchè dell'oggetto non rimase nulla. Mi misi a piangere come un bambino, spaventato a morte, corsi a rintanarmi in un angolo, continuando a guardare di sottecchi i resti di quell'oggetto, come se avessi paura che potessero alzarsi come fantasmi e venire verso di me e rapire la mia anima e il mio corpo.
Dopo essermi calmato un po', presi una scopa e una paletta e ripulii il pavimento dal contenuto. Gettai il tutto in un contenitore di plastica dura, e poi questo nella spazzatura. Non potevo resistere con quella roba in casa, così scesi in strada ed andai a buttare tutto. La serata estiva era calda, afosa; io ero oppresso, sconvolto, attonito. Incontrai una mia vicina di casa che mi scrutò con gli occhi grandi e mi chiese se stessi bene. "Sì, sì, Alice, stai tranquilla..." "Sicuro? Non vorresti venire a prendere un tè da mè?" "Un tè?" dissi perplesso. "Con questo caldo?" Lei rise di cuore, pareva rassicurata sulle mie condizioni."Un tè freddo, mi pare ovvio, no?" Le sorrisi incerto: "Ah, chiaro...sì, perchè no. Torno solo un attimo a casa e poi arrivo." "Ti aspetto, allora."
Entrai in casa e mi lavai le mani. Ora tremavano di nuovo. Deglutii un paio di volte, poi mi lavai anche il viso, e i denti, e poi tornai su a vedere se davvero avevo liberato il pavimento dai resti di quell'orrore. Rassicurato, scesi di corsa le scale, aprii la porta e mi ritrovai in strada. Non volevo restare in casa un secondo di più, avevo troppa paura. Non pensai a cosa avrebbe potuto dire mio fratello non vedendomi quando sarebbe tornato; e non mi ero neanche preoccupato di pensare a cosa avrebbe fatto una volta portato a termine il mio proposito.
Percorsi fischiettando i cinquanta metri che mi separavano dalla casa di Alice. Non tremavo più. Suonai il campanello e lei si affacciò alla porta, con un sorriso, mentre un ronzio mi annunciava che il cancello era stato aperto. Lo attraversai, percorsi pochi passi ed entrai in casa. Era un ambiente confortevole. Si sentiva una musica lieve diffondersi nell'aria, il salotto non era ampio ma ben arredato. Si armonizzava con la figura di lei, pensai, ed era un pensiero strano. Su un tavolino c'era una bottiglia di tè, due bicchieri, un minuscolo pacchetto che doveva contenere delle cartine e un po' di marijuana. Eppure lo sapeva che non fumavo. "C'è qualcun altro?" chiesi, incerto se fare deliberatamente l'antipatico o aspettare che se lo ricordasse da sola. "No, perchè?" mi disse perplessa. "E' che ci sono due cartine..." dissi esitante. "Ah, è vero che tu non fumi. Che stupida! Però ti avevo visto così nervoso...sai, è piuttosto buona, questa, l'ho ricevuta da un amico che è stato a Zurigo." Mi guardò con una certa dolcezza. "Comunque, metto via, mi è passata la voglia, e poi non ha senso farsi una canna da sola, mentre tu mi guardi." Le sorrisi, pensando che molte persone che conoscevo non sarebbero state d'accordo.
Mi versò il tè e lo sorseggiai in silenzio. Non la guardavo in faccia, tenevo gli occhi fissi sul tavolino, e sentivo il suo sguardo posato su di me. Il silenzio dominava la scena, imbarazzante, forse colpevole. Non osavo dir nulla, e lei non faceva niente per facilitarmi le cose. O forse pensava che non volessi parlare, e che mi stessi godendo quell'attimo di ristoro che mi aveva offerto. "Stai béne?", mi disse, dopo un po'. La guardai in viso: aveva effettivamente lo sguardo preoccupato. Era una brava ragazza, pensai. "No, tutto a posto. Solo, un po' di preoccupazioni...ma niente di interessante, le solite banalità della vita di tutti i giorni." "Bè, la vita di tutti i giorni non è banale, no?" "No?" echeggiai sorpreso, con un barlume di ironia nella voce. "No." disse lei decisa, e la sua espressione si fece improvvisamente dura. "Non sono sicuro", abbozzai sorridendo. "Non préndere sottogamba la vita reale!", rise. Forse credeva di avere individuato il problema, o sollevato un po' il mio animo, e ne era contenta. E in effetti mi sentii subito meglio. Mi rilassai, mentre lei si offriva di cucinare qualcosa. "Non ho ancora cenato, perchè non resti qui?" "Ti ringrazio...non ho voglia di tornare a casa". Rabbrividii al pensiero del freddo biancore della mia stanza, asettica e ordinata come un laboratorio medico. Qui tutto sapeva di vita e calore, dai quadri ad olio appesi alle pareti alla radio che diffondeva musica, dal tavolino su cui erano posati libri di poesia alle candele profumate disposte sulla mensola del caminetto. "Tu resta lì, mentre io lavoro, ok? Intanto fa' come vuoi...vuoi leggere? Vuoi guardare la televisione? Vuoi cambiare cd? Vuoi spegnere la musica? Vuoi un aperitivo? Vuoi...non so..." "Non ti preoccupare, ascolterò un po' di musica...tu, piuttosto, fa' come se non ci fossi. E...grazie, davvero, grazie." Lei ebbe un risolino. "Figurati." E se ne andò in cucina. Ero contento che non avesse aggiunto altro. Mi appisolai sul divano. Mi sentivo bene.
Mi svegliai, scosso delicatamente per un braccio. Davanti a me vidi il volto della mia vicina, sorridente. Sembrava davvero contenta di vedermi addormentato, lì, sulla sua poltrona. Mi ripresi un attimo e mi scusai, imbarazzato. "Mi spiace...è che...sono stanco." "Sì, lo vedo. Vieni a tavola?" Annuii con il capo, e poi mi alzai con uno sbadiglio trattenuto a forza. Aveva cucinato qualcosa di semplice e fresco. C'era, per primo, un'insalata di riso, probabilmente preparata già nel pomeriggio. Come secondo c'era del salmone rosa, con contorno di patate fredde al prezzemolo. Mangiai con gusto, assaporando ogni sfumatura del cibo davvero delizioso. Non mancai di farle notare quanto apprezzassi la sua cucina, e non era la prima volta che mangiavo quello che aveva cucinato, ma era la prima volta che ero io solo il destinatario delle sue prelibatezze. Quando mi sentii sazio, un senso di animalesca, istintiva soddisfazione pervase il mio corpo, liberando anche il mio pensiero. Mi chiedevo a cosa servisse cercare piaceri artificiali al di fuori della nostra natura, quando una cena così gustosa poteva annegare ogni dispiacere e darci una felicità così pura e sensuale. Ero contento di poter manifestare pienamente la mia soddisfazione in un ambiente così intimo, solo io e lei, in silenzio, con il caldo umido che ci appiccicava i capelli alla fronte, mentre l'odore e il sapore delle pietanze ancora ci allietavano gola e narici. "Grazie, davvero, era tutto squisito." "Figurati!", disse, arrossendo leggermente. Sospirai e la guardai con discrezione. "Cosa c'è?", mi disse, dopo un po', imbarazzata. "Niente...stavo pensando." "A cosa?" "A quello che pensi. Un soldino per un tuo pensiero." "Forse non vorresti saperlo davvero." "Beh, correrò il rischio." "Pensavo a perchè fossi così agitato, oggi pomeriggio." "Ah." Me l'ero cercata. La guardai in viso. Era lì, preoccupata, con le mani incrociate, che aspettava. Non ero abitutato ad essere ascoltato, ascoltato veramente, voglio dire, né a parlare di me, di cose vere, intendo. "Ecco...a dire la verità no...io...senti, possiamo lasciar stare? Non mi va di parlarne, ecco tutto." "Va bene", disse. "Tutto a posto. Pensavo solo che magari...parlarne..." Rimanemmo in silenzio un altro po'. Poi si sedette al mio fianco, e io cominciai a raccontare.
Mio fratello, in preda ad un parossismo di violenza verbale, ha vuotato il suo veleno sul mio capo, alternando crisi di gelosia ad un generale fastidio per la conduzione della casa e delle faccende domestiche. "Lezioso mariuolo, che con lo sbocconcellare mezze verità trascendi spesso il confine tra menzogna artatamente confezionata e svergognata ammissione, metti in ordine la casa".
Sì, so bene che fratremo non voleva altro che dire: "Qui se non ci penso io..."; dopodiché, come per provarlo, egli mi intima di rassettare stanze e camere, fornisce gli ordini, da buon ufficiale, e se ne va in compagnia di un amico, per dove non si sa, senza destinazione e senza un orario di ritorno. Ma a me non interessa: ho un lieve sorriso sulle labbra e il sonno negli occhi; dormo poco, ultimamente, dovrei concentrarmi su esami che si avvicinano rapidamente. Intanto snellisco lo stile dei miei pensieri, mi affatica ricercare escursioni verbali troppo ardite, come affaticherebbe uno scalatore che prova per troppo tempo una parete che non potrebbe mai scalare perché troppo lunga, in quanto la sua resistenza non è allenata al pari della sua tecnica che pure, prendendo parti singole della parete alla volta, gli permetterebbe di salirla. Posata sul tavolino, mi aspetta la mia eroina. La siringa è pronta, il mio viaggio sta per cominciare. Se tornerò, vi racconterò come è andata: la curiosità potrebbe avere la meglio. Vogliatemi bene.
Rimasi per un po' in silenzio, mentre Fabrizio restava con una espressione vagamente compiaciuta sul volto. "Che c'è cugino, ti ho sconvolto? Non ti è piaciuta la rivelazione?" "Quindi sei tu che hai fatto due più due." "Se vuoi metterla così, caro." "Dunque la tua ipotesi è che Roberta abbia ucciso Jillian da sola e si sia impossessata del tutto a insaputa di Giovanni?" "No, te l'ho detto, Giovanni voleva azzerare tutta la situazione, a quel che si dice dalle parti dello Zio. Per cui secondo me Roberta voleva fregare Giovanni, ma i due avevano trovato la scatola insieme. Non ci sono altre possibilità, altrimenti Giovanni non avrebbe mai saputo che Roberta aveva trovato la scatola. E non credo che se lei avesse ricattato lo Zio per conto suo Giovanni si sarebbe arrabbiato tanto. Avrebbe di certo tentato di salvarla, di impedirle di andare a farsi ammazzare." "Non potrebbe anche essere andata così, ed essere stato qualcun altro ad ucciderla?" "Non si spiegherebbe perché la scatola ce l'avesse Giovanni." "E come mai nessuno ha pensato a Giovanni?" "Si è pensato a lui, ma da Giovanni ci sei andato tu, a farti dare tutto quello che aveva. Quindi il sospetto sei diventato tu. Nessuno all'infuori di te sapeva che Giovanni si era rimesso con Alice. O almeno, nessuno qui a Roma, che erano quelli che contavano." "Ma io a te l'ho detto..." "E io mi sono tenuto l'informazione per me, quando l'ho saputo. E mi sono fatto due conti e qualche indagine per conto mio, te l'ho detto. Quando poi ho saputo che Alice e suo cugino avevano la scatola, ho fatto in modo che la recuperassero." "Ma quelli sono dei criminali, Fabbrì. Magari potevamo fare qualcosa, costringerne qualcuno a... Pentirsi? Non lo so... Non capisco perché l'hai fatto..." "So che per la legge, o la giustizia, chiamala come te pare, c'era 'na certa procedura, 'na certa priorità... Ma io onestamente penzavo solo a fa finì sta storia." "Hai assunto il ruolo dell'Autore e hai scritto la parola fine." "Come sei melodrammatico cazzo! Ma come t'è uscita", rise Fabrizio. Nonostante tutto, lui rideva. Non aveva conosciuto Giovanni, aveva avuto parecchi giorni, forse settimane, per digerire la verità. Le trattative dovevano essere state lunghe, e approvate passo dopo passo da diverse linee gerarchiche. E poi l'avevano anche trattenuto per giorni, rapito in casa mia non solo per dare un avvertimento a me, ma per far capire a tutti e due che se avessimo fatto qualche mossa avventata, ci avrebbero potuto colpire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. La vendetta privata di M era solo la vendetta privata di un pazzo. Mi sarei tenuto molto lontano da Ehrengard, d'ora in poi. "C'era un'altra cosa, nella scatola. Una cosa che mi hanno lasciato tenere. Un regalo speciale per te e per me da parte di M, ha detto il delegato dello Zio. Loro non sanno che farsene, non sanno se ce l'abbia messo Jillian oppure Giovanni, e non c'entra niente col resto. Vuoi vederla?" Non ero molto curioso, a dire la verità, ma non dissi nulla, e Fabrizio interpretò il silenzio come un assenso. Sussultai quando lo vidi porgermi un taccuino nero. Lo sfogliai con cura. Le pagine si erano un po' ingiallite con il tempo, soprattutto i bordi, e la banda nera che chiudeva il taccuino aveva perso la sua elasticità. Comunque non era difficile riconoscerlo, soprattutto per la calligrafia in cui era scritto. Tornai alla prima pagina e passai l'indice della mano destra sopra alle lettere scritte, come un amante che passi il dito sopra alle labbra di una donna prima di baciarla. "Il mio cuore in un barattolo di vetro", di Giulio Nils Caroletti.
nota: vedere anche il seguente post, in cui presento il modo in cui verrà modificata la parte finale di marzo
"Ti ho già parlato di Cristina e dei suoi rapporti con lo Zio. Ti ho già detto che stavano tutti cercando la scatola magica che Giovanni e Roberta avevano fottuto a Fabio quando lo avevano ammazzato. Peccato che non gliela avessero fregata quando era morto Fabio. La scatola se l'era portata via Jillian, e a Jillian l'hanno presa quando era tornata in Italia a ottobre del 2008." "Ma cosa c'era nella scatola?", chiesi ancora, esasperato. Fabrizio sospirò e si stropicciò gli occhi con aria stanca.
"La storia è finita, vero?" "Credo di sì." "Cosa c'era nella scatola?" "Partiamo dall'inizio, ti dispiace? Altrimenti non capiresti nulla." "Ho fretta. E' un anno che aspetto." Fabrizio deglutì. "Vedi... Il deputato PD al servizio dello Zio... Ti ricordi, no?" Annuii. "L'ex di Cristina." "Esatto. Beh, praticamente quello andava anche a letto con Jillian, e le aveva affidato le prove che lo Zio aveva fottuto dei soldi ai suoi capi. In questo modo si procurava una fonte inesauribile di credito per il suo vizio. Un credito che stava cominciando a sfuggire di mano, per cui c'era la necessità di liberarsi di lui. Lo Zio aveva la necessità di liberarsi di lui - senza che lo venissero a sapere i suoi capi, ovviamente." "Immagino. Non è bello avere un politico in libro paga ucciso dal tuo sottoposto che dovrebbe trattare con lui." "Già. D'altra parte lo Zio era nella merda, perché doveva pagare il deputato..." "Come si chiama?" "Informazione confidenziale..." Feci un ghigno. "Merda." "Non lo so neanche io. Non ho visto il contenuto della scatola." "Quindi puoi anche raccontarmi un sacco di palle." "Non vedo perché..." Alzai la mano con aria affranta: "Ma ascoltami: non è questione di fiducia fra noi due, fiducia che oltretutto non riesco ad accordarti - ma anche se fosse, come cazzo facciamo a sapere che non hanno raccontato delle palle a te?" Fabrizio si mordicchiò un polpastrello per qualche momento, poi sospirò e guardò da un'altra parte: "Non possiamo. Ma non riusciremo ad arrivare più vicini alla verità di così." Poi cambiò lievemente atteggiamento, si fece più aggressivo, probabilmente a causa dell'irritazione che la mia osservazione gli aveva suscitato: "Vuoi che tte racconti sta storia de mmerda o me ne vado?" "Ma ndo vai, racconta, non fare lo stronzo", sbottai, alzandomi per andare ad aprire la finestra. Fuori cominciava a piovere, una lieve pioggia estiva che a giudicare dalle nuvole sarebbe durata pochi minuti e avrebbe lasciato l'aria ancora più umida di quanto già non fosse.
"Per poter eliminare il deputato, lo Zio doveva trovare un piano ingegnoso. Il piano passava fondamentalmente per Franco, che doveva scoprire chi possedesse le prove. La cosa divenne molto più facile quando Jillian si mise con Fabio e lo usò per ricattare il deputato, minacciandolo di consegnare le prove allo Zio per una barca di soldi. Così il deputato si fece prendere dal panico e tirò dentro Fabio (dimenticandosi di nominare Jillian). Questo segnò la condanna a morte di Fabio, naturalmente." "Ma non lo avevano ucciso Roberta e Giovanni?" "Infatti questo poteva complicare le cose; ma il ricatto si fermò e la cosa rimase in equilibrio instabile. Il deputato smise di ricattare lo Zio; lo Zio voleva vendicarsi per lo spavento preso, ma decise di lasciare perdere, anche perché non sapeva che fine avessero fatto i documenti. Per quel che ne sapeva, il deputato poteva averli riavuti lui e magari stava ad aspettare che si calmassero le acque, nonostante il fatto che gli avesse leccato il culo a profusione e la sua ritrovata lealtà fosse apparentemente stata testata da ogni punto di vista." Mio cugino accompagnò questa frase con una smorfia di disgusto che voleva essere significativa; ma io ignoravo le pratiche mafiose in generale, e quelle dello Zio in particolare, che potevano accompagnarsi a tale "pentimento", e non avevo certo intenzione di approfondirle. "Quando non successe niente per un po' di tempo, lo Zio e Franco conclusero che i documenti erano spariti da qualche parte, forse finiti nelle mani di qualcuno che non ne conosceva il valore. Invece li aveva sempre avuti Jillian, Giovanni e Roberta neanche sapevano che esistessero." "Ma quando uccisero Jillian nell'ottobre del 2008 li trovarono..." "Già. E qui arriviamo alla fantascienza..." "Cosa vuoi dire?" Fabrizio allargò le braccia, si alzò in piedi e si diresse alla finestra aperta. La pioggia aveva smesso, e già il sole tornava a saturare l'aria di umidità. "A quanto dicono loro, Giovanni non voleva ricattare nessuno, ma restituire i documenti gratuitamente, per uscire del tutto pulito dalla faccenda. Per farla definitivamente finita. Ma Roberta non era d'accordo, e Roberta cercò di scavalcarlo portando avanti un ricatto. Lo Zio allora si rompe definitivamente i coglioni e tanto pe' nun sbagliasse manna un killer a uccidere Roberta, e Luca a uccidere Giovanni..." "Mi vorresti dire che Luca non ha ucciso Roberta?" Mi si rizzarono i capelli in testa. "Chi era il killer, Emme?" "Non lo so, immagino di sì. Comunque sia, quando il killer arrivò lì, Roberta era già stata uccisa." Non capivo. "Da Luca?" "Da Giovanni."
Un brivido mi corse lungo tutta la schiena, e mi accorsi che, nonostante il caldo, avevo tutti i peli delle braccia dritti. Certo che l'amavo, è questo che volete sentirmi dire??? Io l'amavo, quando troieggiava al liceo e anche quando faceva film porno! L'ho odiata solo per quelle idiote commedie, e avrei potuto anche ucciderla. Cercavo di figurarmi Giovanni e il suo amore impazzito, l'ultimo insulto che aveva dovuto subire. Non ne avrebbe più accettati altri... E non gli importava nulla che qualcuno fosse già sulle sue tracce, non gli importava davvero di morire. Non si era nemmeno difeso. Era andato a farsi ammazzare a Orzinuovi per non sporcare il pavimento della casa di Alice. A morire perché non gliene fregava più niente di vivere. Probabilmente non aveva nemmeno cercato di giustificarsi, di certo non aveva detto che i documenti ce li aveva lui. Alice era sempre e solo stata un rimpiazzo per Roberta; non gli bastava neanche per vederlo morire. Heaven is a place, a place where nothing, nothing happens.
Fabrizio capì che questa rivelazione non mi aveva lasciato indifferente. "Tutto a posto, Giù?" Cercai di fissare lo sguardo su di lui invece che permettergli di vagare alla ricerca di fantasmi. "No. No, per niente. Proprio per un cazzo, Fabbrì." Appoggiò i gomiti al davanzale e mi guardò in faccia. "Una bella stronza, Roberta, vé?" Annuii sospirando. "Madonna che vita di merda Giovanni." Mio cugino guardò in un'altra direzione e disse con tono sempre più flebile: "Sì, lo so, ma alla fine se l'è scelta lui... Insomma... Mica... Ecco... Eh..." Lasciò la frase a metà, guardandomi con la coda dell'occhio come aspettandosi uno scatto di nervi, un rimprovero che non sarebbe mai venuto. "Lo so, lo so. Ma questo non peggiora la cosa?" Sorrise con amarezza.
"Vuoi sentire anche il resto della storia o del resto non ti frega un cazzo?" "Posso immaginarmelo... Luca ammazza Giovanni, poi viene suicidato in carcere da gente dello Zio..." "Già. I documenti ancora non saltavano fuori, così l'unica persona rimasta a cui potevano averli dati eri tu, oppure Luca faceva il doppiogioco. Tanto per non sbagliarsi hanno fatto fuori Luca, poi hanno dato la caccia a te finché non si sono convinti che eri troppo idiota per non essere pulito." "E alla fine hanno trovato la scatola magica da Alice." "Sì. Alla fine, ho trovato la scatola magica da Alice."
Fu solamente due domeniche dopo, che riincontrai mio cugino. Dopo giorni di panico, la mia mente si calmò in parte, e trovai la forza di andare da Vili e da mia figlia senza paura che qualcuno potesse attentare anche alla loro sicurezza. Alla fine, se avessero voluto usarle per ricattarmi, avrebbero potuto farlo molto, molto prima. Nel pensare a ciò venivo occasionalmente investito da un'onda di ilarità isterica: non dovevo temere nulla di male perché se avessero voluto farmi più male avrebbero potuto farlo molte volte. Chiunque guidasse le danze aveva intenzioni migliori rispetto a quelle che aveva avuto la cricca di Fabio. Fabrizio mi venne a trovare la sera 20 giugno, quando ero appena tornato da casa di Vili e Kia.
"Perché sei stato alla messa luterana a San Massimo, oggi?" "Chi mi ha seguito?" "Gente." Risi con amarezza. "Perché?" "Sei sempre seguito. Sei nell'invidiabile condizione di gettare qualunque persona che frequenti nel pericolo." "Volete dire che adesso terrete d'occhio anche Mommsen?" "No, spero che questa serata sia risolutiva." Una pausa, poi: "Perché hai visto Mommsen?"
"Come devo chiamarla? Padre?" "Noi preferiamo pastore." "Lei pensa che presso di voi potrei trovare rifugio dal senso di colpa?" "Dipende da cosa intende per senso di colpa. Il peccato originale? Oppure un senso del peccato personale? Quello è specialità della Chiesa Cattolica." "Lo immaginavo. Ma non potrei mai trovare pace presso i cattolici. Immagino che sarebbe uguale con voi. E' solo che non vi conosco abbastanza e speravo poteste..." Uno sguardo timoroso rivolto al pastore Mommsen. Poi l'uomo prosegue, titubante, eppure incoraggiato dal sorriso accennato sul viso placido del sacerdote: "Non credo che nessuna religione possa aiutarmi. Eppure a volte non desidererei altro che questo. Trovare un Dio e una spiegazione, come una enorme mano nella quale stendermi a riposare." Il pastore sospira di comprensione; e rassegnata, paterna tenerezza.
"E' troppo stancante fare l'investigatore. E' troppo stancante lavorare. Speravo che potessi diventare un pastore luterano. Con la crisi delle vocazioni, un posto fisso lo troverei. Ma sapevo già che sarebbe troppo impegnativo." "Lo studio della teologia?" "No, farmi dire da qualcuno quello che devo pensare." "Potresti essere indipendente." "Ora lo sono. Sono schiavo dei miei datori di lavoro, e se dovessi tornare in università sarei schiavo ugualmente. Ma è una schiavitù fisica, alla quale la mia mente si ribella... Voglio dire, può ribellarsi, perché è libera. E questo è poi il motivo della mia insonnia. I sensi di colpa, il dolore, l'incidente... Sono tutte balle. Non dormo perché il mio corpo si ribella alla schiavitù imposta da questa società... E la mia mente lo asseconda per provare la sua libertà." Mio cugino sorrise ironicamente. "Se lo dici tu." "Lo so che esistono modi meno autodistruttivi di rivendicare la propria individualità, ma che vuoi farci: sono un po' schiavo di ideali romantici... E un po' di ideali decadenti. Non potrei essere un sacerdote ipocrita." "E ti fa schifo questa società." "Mi fa schifo questa società. Mi fa schifo il vuoto pneumatico nella testa e nel cuore delle persone. Eppure è il prodotto della scienza e soprattutto del relativismo che io amo. Ma è vero: non puoi chiedere alle persone di sorreggere il mondo su un ideale estetico e sull'epicureismo. Ratzinger lo sa bene." "Porco il clero porco!" "Eh. Che ti devo dire... Alla fine aveva ragione la DC. Aveva ragione nonna." "Fai quello che il prete dice, non quello che il prete fa?" "Ovviamente se non sai che lo fa. Questa è la differenza fra la Prima e la Seconda Repubblica." "Non è un problema solo italiano." "Lo so bene. E andrà sempre peggio." "A meno che non vadano al potere i fascisti." "Non saprei. Non credo che il fascismo o il nazismo abbiano riportato in auge i valori tradizionali, non più di quanto la Lega combatta davvero l'immigrazione o la criminalità. Credo che ormai giustificare chi da fuoco ai negri e farsi di cocaina siano cose che vanno insieme. La moralità è roba da vecchi e da moralisti, sempre che siano sinceri e non siano moralisti col culo degli altri." "Il problema sta proprio qui: sono moralisti col culo degli altri. Per cui non sono credibili." "E la gente ride. Fa merda e ride." "Parafrasando Tremonti, meglio la cocaina della cultura." "Lui che aveva detto?" "La polenta." "Ah già, la polenta." Silenzio.
"Vogliamo venire al dunque?" Fabrizio distolse lo sguardo. "Dai, non sei venuto a parlare di politica, no?" "Sì, beh... Sarei entrato in argomento subito, io, se tu non mi avessi interrotto." "Beh, volevi sapere cosa facevo da Mommsen, no?" "Sì, ma era solo per sicurezza." "I tuoi capi vogliono essere sicuri che non faccia qualche scherzo? Ma che cosa potrei fare? La scatola magica ce l'avete voi..." Mio cugino rispose con un sorriso smorzato. "Continui a dire voi e i tuoi capi, ma io sono come te: un indipendente, uno che lavora da solo." "Beh, se non ho capito male, però, le botte di M le hai prese solo perché è matto, e non perché ti volessero punire... E il rapimento solo per sicurezza, perché IO non ti mettessi in pericolo, magari costringendoti a parlare..." "Sono paranoici, sono pericolosi, ma non sono i miei capi."
òìpts fròòs gos,,s mrts
Nei luoghi dell'alba fra le tue gambe mi sporco le labbra di oro e di tempo; mi sporco le labbra di miele e di vento baciando la sabbia dei tuoi capelli, quel greto del fiume che hai dentro gli occhi, la sabbia di lago che hai fra le dita, il sangue più rosso che hai fra le cosce. Nell'ora di una fiamma nera che è fredda; the year of the cat di una dama che è scalza; e la bianca pancia della volpe stanca è un'eco increspata di un sasso nell'acqua.
"E allora chi sono? Cosa c'è nella scatola? Perché tutto questo? Perché?"
Backwashed thoughts and you made me talk - no, you made me listen. There's something, there's a feeling from Ada to Irene on at three; there's nothing you haven't seen, tiny tv, so serene, so come on over, no place to be alone, some wine, let's sit down a little while you will find the same things the same things the same things the same things the same things by the time you read this how could you refuse and you kicked it in the sun you kicked it in the sun it was all that you could do it was all you had to do it was all you had to do how could you refuse and you kicked it in the sun and you kicked it in the sun and you kicked it in the sun.
I giorni successivi furono molto duri. Dopo il coma, la necessità di riabilitazione aveva preso tutto il mio tempo, impedendomi di lasciarmi sopraffarre dall'abnormità di ciò che mi era successo. Ora invece ero stato picchiato a ripetizione e anche aggredito in casa mia, e mio cugino era scomparso nel nulla. Mi ritrovai mio malgrado a sobbalzare a ogni rumore. Quando andavo a fare spesa mi riparavo d'istinto davanti a persone che mi chiedevano "permesso" o un'informazione, ricevendone in cambio occhiate di sorpresa e rimprovero. Il taglio sulla fronte, il viso tumefatto, il naso che riprendeva a sanguinare nei momenti meno adatti, tutto questo mi avrebbe dovuto spingere a chiudermi in casa più di quel che facevo di solito, ma poi la solitudine in quei due piani mi metteva l'ansia come non aveva fatto mai prima. Tutto effetto delle botte? Dell'intrusione? E poi finivo per chiamare mio cugino, che cercava di tranquillizzarmi, quando sarebbe dovuto essere il contrario. Avevo una gran confusione in testa, che cercavo di scuotermi di dosso concentrandomi sugli avvenimenti passati per trasformarli in un gioco intellettuale che non aveva avuto influenza sulla mia vita; ma non era facile.
credevo di essere originale, ma la mia vita è solo una variazione sul tema
Mi risvegliai con un fortissimo senso di nausea, di quel tipo di nausea che vi prende dopo un colpo violento ricevuto alle ginocchia o ai gomiti. Mi tirai su dal letto con la vista offuscata, una serie di macchie luminose mi impedivano di abituarmi all'oscurità. C'erano venti gradi abbondanti. Meccanicamente, chiusi l'abbaino e accesi la luce. Era notte fonda, per quanto potesse essere fonda a giugno. Deglutii e mi chinai di nuovo sul letto, rannicchiato a respirare a fatica. Le lenzuola erano intrise del mio sangue. A fatica mi guardai allo specchio e vidi una maschera rossa al posto delle labbra, e un grumo di sangue sulla fronte. Mi avevano spaccato un sopracciglio, non so con cosa. E naturalmente mi era sanguinato il naso. Ero completamente nudo, ma questo non mi sorprese. Mi avevano colpito mentre dormivo. Mio cugino non c'era più. Non vidi tracce di colluttazione nella stanza degli ospiti. Non sapevo se lo avessero rapito, ucciso, non sapevo niente. La paura di fare una mossa sbagliata mi impedì di telefonare a Bertocchi. Non sapevo nemmeno chi fosse stato. Tutto l'orrore ricominciava da capo. Tutto l'orrore comincia da capo, tutto l'orrore comincia da capo... E le spiegazioni, le spiegazioni dovranno aspettare.
Io e il dottore avevamo messo mio cugino a letto in casa mia; gli aveva dato un nuovo sedativo, poi se n'era andato. Io avevo mangiato penne rigate condite da un misto di sugo di pomodoro fatto il giorno prima, riscaldato dopo averlo mescolato a mezzo barattolo di ragù di carne pronto e condito con un soffritto fatto con tre quarti di melanzana. Dopo tre lattine di coca-cola e un po' di Tre Allegri Ragazzi Morti mi ero finalmente trascinato a letto, lasciando le finestre del piano di sotto aperte e la zanzariera tirata. Non avevo considerato che qualcuno potesse essere interessato a Fabrizio, comunque erano entrati da lì. Uno si era arrampicato sul balcone, poi mi aveva stordito, probabilmente prima di aprire il portone dal citofono. A quel punto avevano preso mio cugino e lo avevano portato via. Il motivo mi sembrava semplice: quando si fosse ripreso, mi avrebbe probabilmente raccontato tutta la storia, cosa che chiunque ci fosse dietro - Emme o qualcun altro - non voleva facesse. C'era qualcosa di quasi commovente nel modo in cui cercavano di risparmiarmi la vita; sarebbe di certo stato più facile farmi fuori e mettere così fine alla mia curiosità.
Passai la giornata a telefonare a mio cugino sul cellulare spento, nella speranza che lui o i rapitori lo accendessero. L'invasione della mia casa, non la prima, purtroppo, mi lasciò nervoso e spossato. Chiusi tutto a chiave, chiusi tutte le finestre compresi gli scuri, dormii a singhiozzo nelle lenzuola sporche, poi feci una lavatrice, mi feci una doccia, misi lenzuola pulite e riuscii a riposare un poco meglio, pur se svegliato da ogni minimo rumore. Dopo parecchie ore Fabrizio mi rispose, con voce impastata. Mi disse che stava bene ma che finché non si fosse ripreso lo tenevano in un posto al sicuro. Al sicuro da cosa, gli chiesi io. Da te, rispose lui. Da me? Da me, da me perché non volevano gli facessi domande alle quali avrebbe risposto, in quella situazione di debolezza. Eppure era lui che aveva avuto l'idea di cercare la scatola da Alice e che l'aveva recuperata per i suoi datori di lavoro. Ma si era arrogato un diritto che non gli competeva: io non potevo sapere di più sulla faccenda, almeno per ora. Mio cugino sembrava relativamente tranquillo, ed insistette sul fatto che non dovessi chiamare la polizia. Non riuscivo a capire cosa ci potesse essere nella scatola da giustificare la carneficina che c'era stata, ma ebbi la convinzione che l'organizzazione che stava dietro a Emme e Fabrizio cercasse di evitare di far fuori la gente (e infatti non mi avevano ucciso neanche quando sospettavano la possedessi io). Le morti erano state tutte una resa dei conti interna al gruppo di Fabio e Giovanni. Stranamente rassicurato, lasciai per il momento in pace mio cugino, ma gli dissi che lo avrei chiamato più volte al giorno per assicurarmi che stesse bene. Disse che non aveva problemi a riguardo. Solo a questo punto riuscii a trovare un riposo più regolare, dormendo quasi quattro ore e risvegliandomi verso le dieci di sera. Tutto questo fu un deciso anticlimax, come leggere freneticamente le ultime pagine de "il Castello" di Kafka senza sapere che è un'opera incompiuta.
Tornai in salotto e subito Antonio e Alice, che erano impegnati in una conversazione a bassissima voce, si zittirono e si voltarono ad osservarmi. Mi sedetti senza parlare a fianco di mio cugino. Il naso mi prudeva, ma non era sangue, era voglia di piangere, lacrime agli occhi, un senso di immane sconfitta, di totale devastazione, la mia mente un campo di macerie e la mia vita per l'ennesima volta solo una fiche su un tavolo da poker a cui giocavano pedine da quattro soldi. Mentre cercavo il coraggio di iniziare l'inevitabile chiarimento, Alice cominciò a balbettare qualcosa. Alzai gli occhi e vidi che Antonio faceva un gesto di incoraggiamento nei confronti della mia vicina. "Come hai detto?" feci incerto. "Nils, tu... Io... Per me è un incubo che finisce." "Lo spero!", feci io sarcasticamente. Mentre parlava Alice si tirava un ciuffo di capelli che le scendeva appena sotto l'orecchio destro, un gesto di chiara origine nervosa. "Nils... Non c'entro io... Io non sapevo niente." Antonio continuava a fare la statua di sale, con una mano davanti alla bocca in una posa che voleva forse essere grave ma sembrava, piuttosto, stolida. "Non sapevi niente di cosa? Di questo?" feci, indicando il corpo steso di Fabrizio. "O dell'oggetto che Giovanni ha recuperato e ti ha affidato dopo aver ucciso Jillian Muir? O lo ha solo nascosto qui? Perché è lui che ha ucciso Jillian, vero?" "Io... Io non lo so!" alzò la voce Alice. Antonio mi ammonì con un dito: "Giulio. Ascoltami. Devi stare calmo. Ora sei sconvolto, e anche Alice è sconvolta. Bisogna che stiamo tutti calmi, e vedrai che si chiarirà tutto quel che c'è da chiarire." Parlava decisamente da medico, ora, con fare impostato ma tranquillo. Capii immediatamente ciò che era implicito nel suo discorso: il dolore, la stanchezza, il peso opprimente che sentivo nel petto, e allo stesso momento una voglia quasi folle di lasciarmi andare a una perversa, interminabile risata per tutto ciò che era successo... Ero molto vicino ad un attacco isterico. Antonio lo sapeva e mi scrutava con aria intenta. Recitare il dottore gli veniva decisamente meglio. Feci un lungo respiro e sospirai, come cercando di liberare i grumi di tensione che bloccavano i miei polmoni. Mi sentii poco meglio, ma comunque in grado di continuare la conversazione. Alice si era zittita con una espressione desolata, sembrava aspettasse un cenno dal dottore per continuare a parlare. Ma il cenno non venne, Antonio continuava a guardare me seduto a terra, così la fissai per un po' e lei, dopo aver deglutito ed essersi schiarita la voce, continuò. "Nils... Devi capire che... Io non lo so chi abbia ucciso Jillian. Non la conoscevo nemmeno, quasi. Non conoscevo bene nessuna di quella gente lì. Non sapevo che Giovanni nascondesse qualcosa di importante, altrimenti ne avrei parlato subito alla polizia." Mi imposi di non intervenire a questa affermazione, che mi sembrava piuttosto gratuita, considerato il fatto che aveva consegnato l'oggetto a M. Non potei trannere una smorfia di scetticismo, che lei non mancò di interpretare. "E' la verità, lo giuro. Non sapevo niente." Il dottore restava lì impalato. Mi chiesi quanto sapesse di tutta quella storia. "Vedi Nils, quando Giovanni è morto", e ancora sul viso si leggeva il segno del dolore per la sua scomparsa, "io ho trovato tra la sua roba una scatola sigillata... Una scatola di metallo, tipo da biscotti della nonna, ma pesantissima..." "Piombo", disse Antonio. Lo guardai stupito. Ma fu Alice a riprendere: "Sì, in piombo. Era una cosa davvero strana, dentro si sentiva che c'era qualcosa ma non si capiva cosa. Oltretutto era completamente liscia, senza una serratura o altro. Ma non pensavo che potesse essere qualcosa di importante, o comunque che c'entrasse con questa storia. Così l'ho portata ad Antonio e gli ho chiesto di vedere se fra i suoi amici c'era qualcuno che sapeva cosa fosse o come potesse aprirla..." "Io onestamente l'ho messa da una parte e dopo aver detto che ci avrei pensato me ne sono completamente dimenticato." "Ok", sbottai, "tutto questo è molto istruttivo, ma io non capisco una cosa: perché cazzo non avete chiamato la Polizia? Dov'è Emme? Che cazzo ci fate con mio cugino in casa privo di sensi? Anzi, ora la chiamo io la Polizia..." Antonio si rese conto del fatto che mi stavo nuovamente agitando. Non mi alzai in piedi in preda alla rabbia solo perché ero troppo stanco per farlo. "Giulio... Allora... Ascoltami..." "Ti ascolto." "Devi capire che è una cosa complicata... Sono contento che tu sia venuto qui, perché stavo per venirti a cercare in macchina... Emme è stato un irresponsabile idiota... Ma tu devi capire che non devi chiamare la Polizia, assolutamente no." "Perché?" "E' una domanda un po' stupida, non ti pare? Dovresti saperlo che M lavora per gente non proprio amodo." "Motivo di più per farlo", replicai, ma le sue parole, nonostante il mio tentativo di opporsi, cominciavano a farsi strada nel mio cervello e il mio corpo spossato non rispondeva altrettanto bene alla coscienza che lo chiamava alla lotta. Alice si alzò in piedi, e fece alcuni passi avanti e indietro, nervosamente. "Giulio, non essere ridicolo. Vuoi fare la fine di tutti gli altri?" Alice emise un urlo strozzato e si portò le mani alle orecchie. "Ti prego, Antonio, non voglio sentire. Non voglio sentire", e se ne andò, lasciandomi solo nelle mani dell'ennesimo pedone. Rimanemmo per un po' in silenzio, poi feci una mezza risata e lo apostrofai: "Se sei uno di loro, non riesco a capire come hai fatto a ignorare la scatola per tanto tempo. O era una balla per tua cugina? Perché Giovanni l'avete fatto uccidere voi, non è stata un'idea di Luca, vero?" "Sinceramente non lo so." Gli scoppiai a ridere in faccia. Questa volta era lui ad essersi arrabbiato, ma fece di tutto per controllarsi. "Davvero, non lo so. Non sono qua per farti lezioni di storia, sono qua per dirti di stare all'occhio e non fare stronzate. M non è normale e lo sai: quello lì non ci mette niente ad ammazzarti, e a nessuno gliene fregherà un cazzo se lo farà." "A mio cugino fregherà." "Tuo cugino è già fuori da tutti i giochi. Altrimenti me lo spieghi tu che ci fa lì sdraiato come un morto sul pavimento?" "Quindi avete voluto darci un avvertimento?" "Macchè", scosse la mano destra il medico, in un gesto che voleva dire "balle". Aveva mani estremamente lunghe, con dita altrettanto lunghe. "Quella è una faccenda personale di M. Dice che tuo cugino ci stava provando con Ehrengard o roba del genere e che tu lo aiutavi, e quindi doveva darvi una lezione. Ho provato a fargli capire che non era il caso, ma figurati. Comunque tuo cugino sta bene e a te passerà presto, quindi non rischiare la vita per due cazzotti." "Due cazzotti?" ripetei con voce stridula. "Li hai mai presi tu due cazzotti? Ti pare che questi siano due cazzotti? Aveva un tirapugni e una fottuta mazza da baseball!" La conversazione aveva preso decisamente una brutta piega, e io e Antonio eravamo ora in piedi ad affrontarci faccia a faccia. Aveva decisamente perso la calma, mi mandò a fare in culo, si girò e dopo qualche passo avanti e indietro si sedette sul divano. "Scusa, scusa. Ho perso la calma", fece, recuperando il fare impostato di pochi minuti prima. "Credi che sia facile per mè?" Mi sedetti digrignando i denti, senza rispondere. Non ci tenevo a passare per un collaborazionista. "Lasciamo stare la faccenda di Ehrengard. E' chiaro che M è un pazzo furioso." "Allora spiegami la stronzata della cassetta." "Non è una stronzata, l'ho messa da parte ma non pensavo fosse importante." "O sei un idiota o racconti stronzate." "Va bene, sono idiota o racconto stronzate. Sei libero di non credermi", aggiunse sgranando gli occhi e stringendosi nelle spalle con un sorriso forzato. "Comunque sia, alla fine della fiéra M ha pensato ad Alice e l'ha spaventata a morte, poverina." "Scusami se nelle mie condizioni non riesco a provare compassione per lei." "Comunque sia", proseguì ignorandomi, "Alice ha chiamato me in preda al panico e io, dopo aver preso le mie precauzioni e aver parlato con chi di dovere ho consegnato la cassetta a M. Il resto lo sai." "Quindi tu non sai cosa ci sia dentro?" "Non ne ho la minima idea." "Mi sembra assurdo." "Giulio, io non so cosa dirti, se non hai ancora capito come funzionano queste cose guardati intorno: c'è chi fa le domande e c'è chi esegue gli ordini. Io non ho un graffio, tu guardati." "Ma mio cugino evidentemente si limita a seguire gli ordini ed eccolo steso a terra. Mentre Alice che non c'entra niente è di là che piange." "Pensa quello che ti pare." "E ora?" "Ora aspettiamo che tuo cugino si riprenda e poi lo portiamo da tè, o dove vuoi tè. Poi per mè e per Alice la storia finisce qui." E' quello che credi tu, pensai.
Camminai per oltre venti minuti sulla strada impolverata dal calore di giugno. Il sangue, il sudore e i lividi mi rendevano faticoso ogni movimento. Qualche macchina passò, non tante, e nessuno si fermò. Non avrei neanche voluto, mi vergognavo del mio stato. Forse mi avranno preso per un drogato. Recuperai la mia macchina e tornai a casa, senza aria condizionata e col finestrino appena abbassato per fare entrare un po' d'aria. Non troppa, non volevo prendermi un colpo per quanto ero sudato. E poi non ho mai amato l'aria condizionata. Arrivai a casa e vidi che mio cugino non era più steso all'ingresso. Non c'erano tracce di sangue. Il cancello di casa era chiuso. Mi limitai a bofonchiare tra me e me e mi diressi dalla mia vicina. Alice mi aprì con un'espressione quasi atterrita. Il caschetto di capelli neri appena mosso dal ciuffo ribelle che le ricadeva sulla fronte, Alice non sembrava contenta di vedermi - ma neppure sorpresa; piuttosto, a dir poco terrorizzata dal mio stato penoso. "Mio cugino. Devo sapere come sta." "Sta bene", balbettò. Il cancello automatico si aprì e io divorai i gradini che portavano all'ingresso. Mi fiondai all'interno e vidi mio cugino che dormiva, steso su un materassino gonfiabile blu, con un paio di coperte buttate sopra. Alice mi appoggio una mano sulla spalla, facendomi sobbalzare per il dolore e per la sorpresa, assorto com'ero nella contemplazione di quel corpo privo di conoscenza. "Oddio Nils, ma come sei ridotto?" "Lascia stare, non è niente." Alice abbozzò, incerta se ribattere, torcendosi le mani e guardando ansiosamente verso una porta socchiusa alle nostre spalle. Sapevo che dava su un corridoio comune all'altro appartamento della villetta bifamiliare. Mi volsi a guardare e vidi entrarne un uomo alto più di me, dai capelli nerissimi, tagliati corti, baffi e pizzetto vagamente alla Frank Zappa e occhiali tondi. Mi squadrò con aria professionale e poi mi salutò cortesemente, porgendomi la destra e stringendo la mia frettolosamente. "Giulio Caroletti, vero?" Annuii. "Vuole che le dia un'occhiata? Sto tenendo dietro a suo cugino", disse con aria preoccupata. Avrà avuto pressapoco la mia età e parlava con una forte erre moscia. "Sto bene", replicai. La stanchezza e le botte cominciavano a farsi sentire, così come il mio sollievo nel rendermi conto che la situazione di mio cugino era sotto controllo. Mi vergognai un po' di me stesso quando mi sorpresi a pensare che casa mia era a duecento metri e potevo farmi una doccia e infilarmi sotto le coperte e mandare tutti affanculo. Forse siamo in grado solo di prenderci carico di un certo quantitativo di problemi, o forse il mio corpo aveva necessità assoluta di riprendersi dai colpi e dallo shock; ma, come spesso succede in questi casi, alla vergogna per il sentimento provato risposi con una reazione insensatamente opposta. Dopo aver rifiutato decisamente di farmi visitare dal medico, lo aggredii verbalmente, chiedendogli conto di chi fosse. Prima di finire la mia sfuriata ebbi un giramento di capo, che nascosi penosamente cercando di sedermi con dignità su una poltrona a fianco di Fabrizio; ma la mia stanchezza era evidente. Il dottore, per quanto giovane, doveva aver visto pazienti isterici a centinaia, perché fece finta di niente e anzi rispose anche alle mie inquisizioni: era il cugino di Alice, Antonio, e ora ricordavo di averlo in effetti incontrato in passato. Faceva la specializzazione in nefrologia a Modena. Nessuno dei tre osava tirare fuori l'argomento che era nella testa di tutti. Il comportamento del dottore era più che ambiguo, dato che non chiese alcuna spiegazione sul mio stato, il che era assurdo, anche ammesso che Alice gli avesse spiegato quanto successo a Fabrizio. Nonostante cercassi in ogni modo di non pensarci, sapevo che qui era la chiave del mistero: M. e Fabrizio avevano finalmente trovato a casa di Alice l'oggetto che era costato la morte di tante persone, direttamente o indirettamente. "Posso usare il bagno un momento? Vorrei", gracchiai, cercando di darmi un contegno, "vorrei darmi una sistemata". "Ma certo, certo, fai con comodo!", fece Alice. Mi guardò come si guarda un cane bastonato, ma ero talmente abbattuto da sentirmi effettivamente un poco meglio anche per questa sì piccola dimostrazione di simpatia. Inondai il lavandino di sangue.
-Allora è questo il vero incontro! -Oh perdiana, figliola, quanta fretta! Ti ho detto che è il 7 giugno 2010. Questo è il secondo incontro. -Quindi anche l'altro è vero? -Probabilmente sì. -Uffa!
"Bertò?" "Giuliè?" "Senti 'na cosa. Luca poi si è saputo se si è suicidato veramente?" "La notizia non ha avuto molto risalto." "Ma non si è suicidato, vero?" "No, è stato ucciso." "Fa parte di questo, vero?" Gli mostrai un ritaglio di giornale che parlava di un medico e di alcune guardie carcerarie corrotte. Avevano ucciso e coperto degli omicidi nel carcere in cui era morto anche Luca. Bertocchi annuì. "Non avevo correlato le due cose, inizialmente... Ci sono arrivato solo adesso. Lavoravano per lo Zio, vero?" "Avrei potuto dirtelo da un pezzo, se tu me lo avessi chiesto." Lo guardai un po' scocciato. "Guarda che sapevi del mio interesse nella faccenda, per cui magari te poteva anche venì in mente, no?" "Eh non mi è venuto in mente. Avevo altro a cui pensare." Sospirai.
Per un nichilista, una vita fatta di vero nulla può essere una prospettiva quasi allettante, quasi esaltante. Ma poi la ottieni e senti il vuoto, il vuoto di tutto quello che c'era prima, e la tua mente comincia a farti scherzi, a disegnare schemi che ti facciano credere che ci sia un disegno... un disegno minuscolo e umano, eppure un disegno. E ti assale il pensiero che tu debba mettere ordine. E una cosa è chiara: collocata temporalmente in maniera corretta la morte di Jillian, tutti gli eventi successivi partono da quello. Jillian Muir è stata uccisa perché era lei a custodire l'oggetto all'origine di ogni ricatto e di ogni omicidio. Gli omicidi successivi sono stati tutti causati dai ripetuti tentativi delle carte in gioco di scoprire chi avesse davvero ucciso Jillian, e chi possedesse l'oggetto. E ancora non sapevo di che oggetto si trattasse. Ma capire questo sbloccò in un certo senso la mia mente, perché quando vidi M. e mio cugino Fabrizio sorridermi dal cancello di casa, mi ricordai che Fabrizio era l'uomo col cappello da baseball che mi aveva accolto al bar di Littelgiòn dopo avermi fatto menare da M. stesso...
Parcheggiai ma non scesi dalla macchina. Abbassai il finestrino e lasciai che si avvicinassero. "Fabrizio. Emme." "Ciao cugino. Abbiamo parlato con Alice." Un brivido mi corse lungo la schiena. "Parlato?" M. mi sorrise affabilmente. "Una amabile conversazione." Giulio: "Mi sorprende che non abbiate pensato a lei prima." M: "Giovanni per noi è sempre stato l'uomo di Roberta. E se permetti, i nostri nemici, i nostri alleati e tu eravate tutti maggiormente indiziati." Giulio: "Ma tu Fabrizio che cosa c'entri?" Fabrizio: "Io ho gestito un po' tutto quanto, come ti ho detto." G: "Non riesco a capire." F: "Dai, andiamo in giardino, ci sediamo su quelle sedie e ti spieghiamo tutto." Scesi dalla macchina. Stavo per chiudere la portiera quando M. sparò quattro colpi silenziati sul petto di Fabrizio e poi si rivolse a me con assoluta freddezza: "Ora monta in macchina e non dire una parola. Se parli ti uccido. E guarda che non è un problema, per me. Monta in macchina." Per strada non c'era nessuno. Fottuto giugno.
Arrivammo nel parcheggio di una zona industriale. Mi fece salire su un'altra macchina, immagino fosse la sua. Poi ancora un viaggio verso un complesso di case in costruzione. Sono le due di sabato pomeriggio e non c'è nessuno in giro. Quello stronzo sa di mare. Sono i copertoni della macchina, le scanalature ricoperte da un sottile velo di sabbia bagnata. La sua camicia kaki di pessimo gusto e la mazza da baseball. E, coerentemente, gli occhiali da sole. Una giacca elegante e pantaloni di sartoria. Posso distinguere ogni rivolo di sudore sulla sua fronte fin sul collo. Ora però devo stare in silenzio. Le carte che posso giocare sono molto poche.
M. mi aveva ammanettato e poi fatto inginocchiare, a capo chinato verso terra. Non aveva detto una parola. Tremavo come una foglia, sudato da capo a piedi - e non certo per il caldo. Non osavo dire niente, nella speranza di guadagnare qualche secondo di vita. Ma alla fine la tensione si fece insopportabile. Lo sentivo che fumava, un tiro dopo l'altro, lentamente, una delle sue sigarette sottili. "Vuoi... Vuoi uccidermi?" "No. L'avrei già fatto senza perdere tanto tempo." Deglutii rapidamente, cercando di trattenere un riso isterico. Non mi voleva uccidere. Voleva solo riempirmi di botte, probabilmente. E' un fottuto psicopatico. Non mi vuole uccidere. Mi morsi il labbro inferiore, per la paura di emettere un suono, una parola. I rumori dell'aria circostante parevano amplificati. Il silenzio mi faceva esplodere le tempie. Sentivo gli uccelli cantare nell'aria di giugno, un lieve stormire di fronde, M. che schiacciava la sigaretta nel posacenere della macchina parcheggiata con la portiera aperta. Non saprei dire quanto tempo passasse. Dieci secondi, un minuto, cinque minuti; ma il sollievo che avevo provato svanì rapidamente davanti a quel procrastinarsi interminabile dell'attesa. Alla fine non riuscii più a trattenermi ed esplosi istericamente: "Che cazzo vuoi farmi? Cazzo di psicopatico, che cazzo vuoi farmi? Vuoi ammazzarmi?" Sentivo le lacrime scorrermi sulle guance e la vescica gonfiarsi per la paura. Il terrore si fece strada ed illumino di luce abbagliante i pensieri nascosti nei recessi delle mie cellule grige: non vuole ammazzarti, ti rimanda in coma, ti rimanda su quel lettino... E' il contrappasso, Giulio... Il contrappasso... Ma contrappasso di cosa? Non sono stato io a uccidere Jillian... Non sono stato io, non sono stato io! "Non ho ucciso Jillian!" "Jillian? Cosa vuoi che mi importi di quella cortigiana?" M. si avvicinò lentamente, mazza in pugno. "Il mio compito è concluso. Ho solo voglia di fare pagare a te e tuo cugino l'impertinenza con cui mi avete trattato e soprattutto... Non osate mai più coinvolgere Ehrengard." "Ehrengard? Ehrengard?" Urlai quel nome quasi senza capirlo. "Ma cosa c'entra Ehrengard?" M. si portò un dito alla bocca, facendomi cenno di tacere. Obbedii, quasi in preda alle convulsioni. Non capivo cosa stesse dicendo questo pazzo; non volevo assecondarlo, ma il mio corpo non rispondeva più ai miei comandi, si limitava a tremare. Lo psicopatico mi sfiorò il viso con la mazza da baseball, usandola per mettermi nella posizione più congeniale ai suoi fini, e poi con la sinistra mi sferrò un cazzotto in pieno volto. Un'esplosione rossa mi riempì il cervello, facendomi quasi perdere i sensi. Si era messo un tirapugni.
L'ennesimo colpo di mazza da baseball risuonò sordamente sulla mia schienza. Se avessi avuto ancora dell'aria nei polmoni l'avrei vomitata. Il mio braccio destro era paralizzato dal polso fino alla spalla. La mano tremava incontrollabilmente, ed è strano ma dalle dita si spandeva un lieve formicolio che percorreva la parte inferiore del braccio e giungeva fino all'ascella. Mi pulii la bocca e la barba da sangue misto a saliva strofinandomi contro la spalla sinistra. La mia vista era offuscata. Mare. Mi venne quasi da ridere. Quello stronzo sapeva di mare. Fottuto bastardo fottuto, fottuto, fottuto. "Ho finito." "Cosa... Cosa..." "Cosa?" Si avvicinò e mi fissò negli occhi. "Dimmi pure, Giulio." "Perché... Mio... Mio... Cugino... Perché... L'hai ucciso?" "Hahahahahahahahahahahhahahahh! Devo constatare che sei proprio un dilettante. Era una pistola sedativa... Certo, c'è la possibilità che tutta quella droga gli stia facendo fare un bruttissimo viaggio. Ma non riuscire a distinguere una pistola con silenziatore da una pistola per animali è proprio un brutto, bruttissimo segno." Mi sforzai di parlare, di formulare un concetto coerente, ma mi limitai a farfugliare qualcosa di incomprensibile. M. sembrava annoiato, quasi infastidito. "Non capisco, Giulio, mi spiace. Riprenderemo questa conversazione un'altra volta. Ora stenditi a terra." Mi stesi su un fianco, le mani ancora ammanettate dietro la schiena. Il dolore alle braccia era niente in confronto alle contusioni sulla schiena, sulle spalle e sulle gambe, e soprattutto al colpo subito in viso. Continuavo a perdere sangue dal naso, per una volta per un buon motivo. Mi tolse le manette e se le infilò in tasca. "Rimani giù." Non avevo alcuna intenzione di disobbedirgli. Mi stesi bocconi, godendo della ritrovata libertà degli arti superiori. Rimasi a terra ancora parecchi minuti dopo che la sua macchina se ne era andata.
(Chissà perché dicono che quando si sta per morire passa la vita davanti come in un film. Ora, chi è morto non può raccontarlo, giusto? Per quel che mi riguarda, io ricordavo solo )
Alice Renga mi accolse senza particolare entusiasmo. Quando mi ero trasferito in provincia di Modena con la mia famiglia, lei viveva nella casa di fianco. Una bella ragazza di quindici anni scarsi che si faceva già scopare da qualcuno di cui non ricordo né il nome nè la faccia. Ma fu una storia seria, non era una di quelle stronzate protoadolescenziali. Lei era meglio di così.
-Mi spieghi perché di tutte le donne presenti nel tuo diario alla seconda riga in cui compaiono dici che "si fanno scopare" da qualcuno o simili????? Sei un po' disturbante... -E' l'unica cosa importante, sapere se un uomo o una donna scopa e con chi. Solo che degli uomini non mi interessa, quindi non lo scrivo.
"Ho preparato quello che ti interessava." "Già? Ti ringrazio. Io... Sono un po' in difficoltà, lo capisci, vero?" Alice si strinse nelle spalle. "Certo che lo capisco. Ma non ci ho messo molto a preparare tutto. Era già tutto qui", e mi porse una scatola da scarpe e due raccoglitori. "Ho messo tutto in ordine, già da parecchio tempo." "Vuoi che faccia delle fotocopie o posso tenere gli originali per un po'?" "Tienili pure. E' ora che quei fogli se ne vadano da qualche altra parte." "Ascolta una cosa..." "Sì?" Il tono di voce si soffermò per un momento, incerto se virare sull'annoiato o l'infastidito. "Tu hai letto tutto?" "Sì?" Era un'affermazione che si trascinava dietro stancamente una domanda inespressa. "Vale la pena che io lo legga?" I suoi occhi scuri mi fissarono per un po' in silenzio. L'aria umida di Modena stendeva una coltre opprimente su entrambi. Lei aveva un segno sottile sotto gli occhi. Io ce li avevo rossi d'insonnia, e il braccio destro mi faceva più male del solito. Non osavo ripetere la domanda, sentivo solo i nostri respiri appesantiti dalla calura del pomeriggio. "No. Non ne vale la pena." Non riuscii a trattenere una smorfia sardonica, e lei non me la fece passare liscia.
-La tua risposta è inutilissima, e resti disturbante! E poi la scena di Alice che ti consegna tutti gli scritti di Giovanni dopo la sua morte era molto diversa la prima volta che ne avevi parlato... Lei in lacrime, e niente conversazione... Chissà dov'è la verità... -Quello era in inverno. Ora è primavera. -Lasciami guardare la data... Dove l'hai nascosta? -E' su quel foglio. -Sette giugno 2010? -Sette giugno. Sette sei. Colonna sonora: "Spirit of '76" degli Spirit. Virata, brusco anacoluto visivo. Ora non disturbarmi, lasciami scrivere. -Non è tutto già scritto? Le sorrido.
"Brutto stronzo, come credi che mi senta? Credi che non lo sapessi anche io? Credi che non abbia dovuto scendere a patti?" "Io non credo niente, non penso niente. E soprattutto non giudico." "Già, è facile per tè: tè sei l'eroe, il sant'uomo." "Non ho detto questo." "Lui ha dovuto lottare." "E io mi sono fatto due anni di coma." "E ora quindi ti senti in diritto di dire quello che vuoi?" "Ma se non ho detto niente!" "Sì ma ho visto quel sorriso ironico. Potevi risparmiartelo. Almeno per mè. Potevi risparmiartelo." Si mise a piangere, singhiozzando a bassa voce. "E' per questo che avevi nascosto queste carte?" "Sì. Prima volevo leggerle io. Volevo leggere tutto. Volevo capire. Lui a mè non me lo avrebbe permesso." "E nonostante tutto dici che non vale la pena che lo legga?" "Non capisco cosa ti serve ancora cercare, ecco perchè dico così." Tirò su col naso, e poi se lo pulì con un fazzoletto di stoffa. "Te l'ho detto, sto cercando l'assassino di Jillian." "Io non l'ho trovato lì dentro." "Ma non lo stavi cercando." Lei mi osservò dubbiosa per un po'. Si asciugò le guance e poi soggiunse, quasi a se stessa, mentre nella testa le faceva capolino un'illuminazione: "Tu credi di saperne molto più di me. Pensi di avere degli elementi in più..." Non sapevo se risponderle o meno, ma abbozzai: "Beh, io ho conosciuto alcune persone..." Alice mi fissò negli occhi. "Forse sarà così... Ora leggi pure, ma credo che dovrai tornarmi a parlare se vorrai davvero risolvere il mistero." "Sono già qui. Perché non mi dici tutto, se queste pagine non mi servono a niente?" Lei rise, una risata amara, spezzata da un altro forte singhiozzo. "Non hai capito. Ho conosciuto anch'io alcune di quelle persone. Forse se ti rimangono ancora dei buchi..." Si strinse nelle spalle. "Magari potevo aiutarti. Boh? Dicevo così". "Dipende anche da te. Da quanta voglia hai di trovare una spiegazione." "Ma io la spiegazione che mi interessava l'ho già avuta. La morte di Jillian e di quegli altri..." Fece una smorfia di ribrezzo. "A mè non me ne frega un cazzo." Cercò di sorridere, ma il risultato fu piuttosto triste. Sentivo una lacrima formarsi all'interno del mio occhio sinistro. Poverina. Me ne andai chiedendomi se fosse il caso di parlare a Bertocchi.